Gli Opeth, tralasciando i gusti personali, sono sicuramente una delle migliori realtà nel panorama musicale odierno. Da oltre 15 anni ormai ci hanno abituati ad un miscuglio pressoché perfetto di stili che presi singolarmente risulterebbero antitetici tra loro. I loro lavori si distinguono per la maestria con cui riescono ad amalgamare death metal e sezioni progressive/acustiche, ma non mancano episodi in cui è evidente la loro capacità di dedicarsi all'uno o all'altro stile (basta ascoltare, a riguardo, Damnation).
Di questa seconda categoria fa parte Heritage, decima fatica in studio del combo svedese, un album destinato a far parlare di sé (già dalla copertina, ad opera del grande Travis Smith, molto settantiana ma che ha spiazzato un po' tutti con quelle teste). Il materiale presente qui è nettamente diverso da qualunque cosa realizzata precedentemente: totale assenza di growl e di metal in generale, ma diverso anche da ciò che si può trovare in Damnation. Le dieci canzoni presenti sono infatti frutto di un progetto personale di Åkerfeldt oserei dire, con continui richiami al progressive rock degli anni d'oro ed un brano esplicitamente tributato a Ronnie James Dio.
Il disco si apre (e si chiude) con due tracce strumentali delicate, quasi a fare da cornice ad bel quadretto dove basta un po' di attenzione e cultura per scorgere decine di particolari, richiami ai gruppi che hanno influenzato Mikael. Il primo pezzo, la title track, vede la prima (ed unica, al momento) performance in studio di Joakim Svalberg, subentrato a Per Wiberg dopo la registrazione dell'album e qui impegnato al pianoforte.
Il singolo estratto, "The Devil's Orchard", si rivela uno dei migliori pezzi in una tracklist che, comunque, presenta una qualità costante in quanto a composizioni e performance. Seguono "I Feel the Dark", che alterna atmosfere oniriche a riffoni pesanti per poi chiudersi sfumando. "Slither" è la traccia più veloce del disco, con fortissimi richiami a quei capolavori dei Rainbow intitolati "Kill the King" e "Stargazer". La voce di Mikael, per quanto bella, non è quella del compianto Dio, ma il pezzo è forse uno dei più riusciti e sicuramente il più diretto del lotto.
Si prosegue velocemente passando a "Nepenthe", brano atipico strutturato su atmosfere da luce soffusa, per poi sfociare in un paio di stacchi prog che richiamano vagamente il riff di tastiera di "Proclamation" dei Gentle Giant, il secondo dei quali culminante in un assolo di Akesson che ci ricorda (forse in maniera un po' invadente) di essere comunque uno shredder. "Haxprocess", con i suoi tempi dispari nella sezione centrale, ci traghetta verso "Famine", traccia esotica caratterizzata dalle percussioni di Alex Acuña (Weather Report e tanti altri) e da una sezione finale che pesa come un macigno, con richiami ai Jethro Tull dati dagli inserti al flauto (suonato da Björn J:son Lindh). Gli ultimi due pezzi propriamente detti, "The Lines in My Hand" e "Folklore" sono assolutamente tra i migliori: il primo è caratterizzato da una prima parte con un tiro costante e il basso possente di Mendez, e da una seconda che preme sull'acceleratore mostrando un Axenrot in grande spolvero; nell'altra sono subito ravvisabili dei richiami ai Camel (più precisamente, al riff portante di Echoes), per poi proseguire in uno stacco e in una parte finale da brividi che ricorda leggermente "Gates of Babylon" dei già citati Rainbow. Come detto prima, il disco si chiude con "Marrow of the Earth", una composizione alla chitarra che fa quasi riflettere e pensare a tutto ciò che si è appena ascoltato, quasi come sospesi in una dimensione intermedia.
In definitiva, che dire di questo album? Decisamente un disco spartiacque, degno del miglior Mosé, che ha fatto, fa e farà storcere il naso alla gente che ha amato gli Opeth principalmente per il death metal (e non è certo poca), ma fare ciò che piace e che si sente di suonare è uno dei diritti principali di chi viene considerato un artista.
Tanti pregi e qualche difetto, inevitabilmente. È impossibile non notare i miglioramenti di Axe dietro le pelli, già ravvisabili nell'ultimo live, e tutti questi piccoli (e grandi) richiami ai fasti del passato non possono che riempire di gioia l'ascoltatore nostalgico, ma è anche difficile restare indifferenti ai diversi "stacchi" presenti nelle composizioni. Una sorta di "stop & go" che si fa sentire in termini di fluidità, ma che comunque non impedisce di apprezzare il disco nella sua interezza. Senza infamia e senza lode l'altro "nuovo" membro, Akesson, che per fortuna non mette il naso dove non dovrebbe con i suoi assoli prettamente metal, o almeno non lo fa eccessivamente.
Voto? Qui in genere tendo ad essere generoso, ma penso che a questo disco un 7.5/8 (per chi proprio si è lasciato prendere, come me) non si possa negare, sia per le indiscutibili capacità dei musicisti in questione, sia per il coraggio dimostrato dagli stessi nel sapersi rimettere in gioco seguendo la propria personale vena artistica.
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